Annotare le parole dell’intimità e del desiderio. Scegliere parole belle, leggere, positive, schiette e autoironiche: quelle che non stigmatizzano, non censurano, non mascherano con l’ipocrisia e il perbenismo, ma parlano in modo diretto e libero, persino buffo. Custodire queste parole (circa duecento) in un cassetto sicuro, per noi stessә, per le generazioni future, ma anche per chi ce le ha tramandate da un mondo solo apparentemente lontano. Sono i termini e le locuzioni in cui la lingua materna ha depositato il racconto corale e la confidenza personale più segreta, la risata scoppiettante o l’ammiccamento allusivo.
Nascono così i sei glossari in algherese, campidanese, gallurese, logudorese, tabarchino e sassarese, che arricchiscono il progetto Annotu (in sardo “annotare”, “archiviare”). Creato da Lunàdigas con il contributo di Fondazione di Sardegna per raccogliere le testimonianze sulle scelte riproduttive di persone parlanti la lingua sarda e le sue varietà alloglotte, il progetto ora si espande in un’esplorazione del racconto di sé sui temi del corpo, della relazione sessuo-affettiva, dell’identità di genere e dei diritti implicati da questi temi.
Nei glossari, ad esempio, c’è la parola aborto (algherese afolladura; campidanese aurtida; gallurese fraggju; logudorese istrumadura o istruminzu; sassarese austhì; tabarchino abórtu); c’è una parola tenera come coccole(algherese carinyos; campidanese dengus; gallurese carigni; logudorese carignas, carignos, melindros; sassarese carizada; tabarchino rulle); c’è una parola utopica come felicità (algherese contentesa, felicitat; campidanese prexu; gallurese felicitai; logudorese ajubore, biadia, dícia; sassarese firizzidai; tabarchino felisitè). Mostrano di essere etimologicamente stabili sia l’antica parola matriarcato (campidanese matriarcau; gallurese matrialcatu; logudorese matriarcadu; tabarchino matriarcotu; ma in algherese è più usata la perifrasi és la dona que comana) sia un lemma molto più recente, femminismo (algherese feminisme; femminismo o feminismu in tutte le altre varianti). Tante altre parole sono quelle del corpo, da glande (algherese: punta del pardal, capotxa; campidanese papu; gallurese capu di la mincja; logudorese cocollete, iscrafuddu, conchedda; sassarese glande; tabarchino capella) a seno (algherese sic, tites; campidanese tita, piturra; gallurese sinu, titti/a; logudorese sinu, tita(s), petorra, petus; sassarese titti; tabarchino pétu). Non mancano verbi impudichi come mordicchiare (algherese mossegar a poc a poc; campidanese mussitai; gallurese mussicà; logudorese mossigheddare; sassarese mussigà, masthuzzà; tabarchino ddentò cianin cianin) o parole riferite a reazioni tutte corporee come pelle d’oca (algherese tuda, pell de gallina; campidanese prilutzu; gallurese zuddi; logudorese thudda; sassarese pèddi d’oca; tabarchino corne à scucuzù) e vampate (algherese popolades; campidanese pamporis; gallurese caldani; logudorese fiamaridas o pampadas; sassarese pampada; tabarchino vampote)… Ed è possibile scoprire come si dice in ogni lingua alloglotta zitella, gay, lesbica, uguaglianza…
La redazione dei glossari, in ciascuna area linguistica della Sardegna, è passata attraverso varie fasi: innanzitutto la ricerca di volontari parlanti le diverse varietà della lingua sarda, allo scopo di formare un campione il più possibile plurale per età, genere, contesti sociali e culturali; poi il coinvolgimento di linguistә o di parlanti particolarmente competenti, in grado di verificare l’uso effettivo delle forme repertoriate attraverso la raccolta di esempi d’uso contestualizzati (Amos Cardia; Ànjulu Qonju; Caterina Vittoria Roselli; Giusy Salvio; Fabio Sanna; Maria Carla Siciliano); infine la restituzione ortografica dei lemmi, un lavoro delicatissimo, che deve fare i conti con la fragilità intrinseca alle lingue minoritarie, legate all’oralità, all’ibridazione e contaminazione con altre lingue, alla normalizzazione operata dall’interferenza della lingua italiana o persino dell’inglese, con problemi aperti che variano da una lingua all’altra e che coinvolgono un ampio spettro di teorie, orientamenti metodologici e strumenti di consultazione specialistica (grammatiche storiche, dizionari etimologici). Così Caterina Vittoria Roselli per il gallurese ha fatto riferimento ai precedenti studi lessicografici di Antoninu Rubattu, Leonardo Gana, Francesco Rosso e Mario Sardo. Maria Carla Siciliano, che si è occupata del glossario in lingua tabarchina (una variante del dialetto ligure, parlata dai coloni genovesi insediatisi a Tabarca, in Tunisia, e poi trasferitisi in Sardegna nel XVIII secolo), ha ripreso gli studi del Professor Fiorenzo Toso. Giusy Salvio, invece, da algherese non linguista, per la trascrizione ha scelto di fare riferimento alla scrittura catalana, tuttora la più diffusa, piuttosto che all’ortografia vicina alla fonetica italiana: l’algherese, infatti, è una variante del catalano arcaico, la cui evoluzione si è arrestata all’inizio del Novecento.
Ogni parola, inoltre, è stata sottoposta non solo a un esame di tipo semantico, etimologico e fonetico, ma è stata classificata anche dal punto di vista del registro linguistico (contesto comunicativo, rapporto formale o informale tra gli interlocutori): nei glossari ogni parola è contrassegnata da una legenda che indica se il lemma è volgare, familiare, formale oppure informale, se è un termine dispregiativo, se è un neologismo interno alla lingua sarda o una parola derivata da altre lingue, a riprova che le lingue si evolvono sempre finché sono parlate, anche quando sono minoritarie.
Lo ha ben capito Maria Chiara Calvani, che ha poi trasformato la ricchezza linguistica della Sardegna in un’opera artistica, cui si ispira la grafica dei glossari, curata da Fausto Nieddu: prendendo spunto dai glossari, è stato creato un ordito di fili “che ammagliano un pezzetto di terra con il pezzo di terra vicina”, intrecciando terra, vento e mare, culture e popoli che, dopo essere approdati, sono destinati a navigare ancora e a rimescolarsi, tra antichi e nuovi sincretismi. Nell’arazzo di Maria Chiara Calvani le parole rammendano i bordi tra un’area linguistica e l’altra, li cuciono insieme, scavalcando confini normativi e creando ponti che dalle antiche generazioni giungono fino a noi, portando memorie, storie, vite.