di Daniele Borgia

Annotu è un progetto di ricerca audiovisuale ideato dall’associazione Lunàdigas, con il contributo della Regione Sardegna e della Fondazione di Sardegna. Il suo scopo principale è raccogliere testimonianze orali in lingua sarda e nelle sue varietà alloglotte (algherese, campidanese, gallurese, logudorese, sassarese e tabarchino) sui temi della genitorialità, della non genitorialità, del corpo, della sessualità e dell’identità di genere.

L’ultimo progetto si articola, in particolare, attorno alla creazione di sei glossari tematici, “i succinti glossari del corpo, delle relazioni e dei desideri”; uno per ciascuna varietà linguistica, contenenti circa duecento lemmi legati all’intimità, al desiderio, ai diritti e all’identità. Ogni parola è classificata secondo il registro (volgare, familiare, formale, informale), l’origine etimologica e l’eventuale natura di neologismo o prestito linguistico. Il lavoro lessicografico è stato condotto con il supporto di consulenti linguistici e parlanti esperti, affrontando le complessità tipiche delle lingue minoritarie, quali oralità, ibridazione, interferenza dell’italiano e dell’inglese. Annotu si inserisce nella più ampia storia dell’Archivio Vivo di Lunàdigas, nato nel 2019 come primo archivio di storia orale con standard catalografici internazionali, accessibile gratuitamente online e sottotitolato in italiano e inglese. Il progetto nasce dal documentario Lunàdigas ovvero delle donne senza figli (2016), selezionato in oltre trenta festival internazionali e premiato come Miglior Documentario in sei di essi.

Il progetto Annotu si colloca nel dibattito sulla vitalità delle lingue minoritarie (language vitality), nozione centrale nella sociolinguistica contemporanea dopo i lavori di numerosi studiosi, tra i quali Joshua Fishman. Il sardo e le sue varietà alloglotte sono lingue protette dalla legge italiana n. 482/1999, ma rimangono esposte a una progressiva erosione dovuta alla dominanza dell’italiano nei contesti formali, istituzionali e mediatici. Il progetto risponde a questa fragilità non con una semplice archiviazione passiva, ma promuovendo un uso attivo e situato delle lingue in contesti di racconto personale profondo. Questo approccio è coerente con i principi della rivitalizzazione linguistica dal basso (bottom-up), che punta sul coinvolgimento delle comunità parlanti piuttosto che sulle sole politiche istituzionali.

Un elemento cruciale nella valutazione della vitalità di una lingua è la trasmissione intergenerazionale, ovvero la capacità dei parlanti adulti di trasferire la lingua ai figli e alle generazioni successive. In Sardegna, come in molte altre comunità minoritarie europee, questa catena si è indebolita significativamente nel corso del Novecento, quando l’italiano veniva percepito come lingua del progresso e dell’ascesa sociale. Annotu, raccogliendo le voci di persone di età, genere e contesti sociali diversi, permette di osservare direttamente queste dinamiche: chi ha scelto di parlare sardo in casa, chi ha rinunciato, e per quali ragioni. Le testimonianze diventano così dati sociolinguistici preziosi sulla frattura, o sulla continuità, tra generazioni di parlanti.

La situazione linguistica della Sardegna è classicamente descritta come diglossica, cioè l’italiano occupa le funzioni “alte”, legate alla scuola, alla pubblica amministrazione e ai media, mentre il sardo e le varietà alloglotte svolgono le funzioni “basse”, legate alla famiglia, all’intimità, alla tradizione orale. Il progetto Annotu opera precisamente in questa fascia bassa del repertorio, valorizzandola come spazio privilegiato del racconto di sé. La scelta di raccogliere testimonianze in lingua sarda sui temi dell’intimità non è casuale, è proprio la varietà bassa a conservare le parole più cariche di senso affettivo e corporeo, quelle che la lingua dominante spesso non sa tradurre senza perdere sfumature. Termini come prelutzu (pelle d’oca, in campidanese) o firizzidai (felicità, in sassarese) mostrano come le lingue minoritarie custodiscano categorie emotive non sempre sovrapponibili a quelle dell’italiano.

La sociolinguistica ha da tempo dimostrato che le lingue non sono mai neutrali dal punto di vista sociale, esse portano con sé atteggiamenti linguistici (language attitudes) che ne condizionano l’uso pubblico e privato. Nel contesto sardo, le varietà locali sono state a lungo associate a un immaginario rurale, popolare e “arretrato”, generando fenomeni di autostigmatizzazione tra i parlanti, soprattutto nelle generazioni cresciute tra gli anni Cinquanta e Ottanta del Novecento. Annotu interviene su questo piano simbolico con una scelta controcorrente, far parlare le persone di se stesse, del proprio corpo, delle proprie scelte più intime, in sardo. Questo atto contribuisce a modificare la percezione della lingua come inadeguata per i registri riflessivi e intimi, restituendole dignità espressiva e profondità culturale.

Uno degli aspetti più delicati del progetto riguarda la trascrizione ortografica dei lemmi raccolti. Le lingue orali, quando vengono messe per iscritto, attraversano inevitabilmente un processo di normalizzazione che può irrigidire forme in continua variazione. Il lavoro svolto riconosce questa tensione, quando descrive la restituzione ortografica come un “lavoro delicatissimo”, che deve fare i conti con la natura ibrida e fluida delle lingue minoritarie. Le scelte grafiche adottate per ciascuna varietà riflettono orientamenti teorici diversi, per esempio il gallurese segue la tradizione lessicografica locale; il tabarchino si aggancia agli studi di Fiorenzo Toso sul dialetto ligure; l’algherese adotta la grafia catalana, privilegiando la continuità con la tradizione scritta, rispetto alla trasparenza fonetica con l’italiano. Queste differenze mostrano come la standardizzazione grafica sia sempre anche una scelta identitaria e politica.

I glossari di Annotu offrono uno spaccato interessante dei processi di contatto linguistico in atto nelle comunità sarde. Accanto a termini di radice latina o romanza profondamente radicati (come le varianti di coccole o pelle d’oca), compaiono prestiti e calchi dall’italiano e dall’inglese, classificati nei glossari con apposite etichette. Questo dato conferma che le lingue minoritarie, finché sono parlate, evolvono e si adattano, e il sardo non è una lingua fossilizzata, ma un sistema vivo che risponde ai cambiamenti sociali e culturali.

È significativo, in questo senso, che termini come “femminismo” risultino sostanzialmente stabili in tutte le varietà, in algherese feminisme, femminismo o feminismu in tutte le altre va-rianti, mentre ‘matriarcato’ mostri varianti più differenziate, in campidanese matriarcau, in gallurese matrialcatu, in logudorese matriarcadu, in tabarchino matriarcotu, con l’algherese invece che preferisce una perifrasi descrittiva és la dona que comana. Questo dato suggerisce che i neologismi di ambito politico e sociale circolano attraverso canali mediali condivisi, mentre i termini più antichi conservano maggiore variazione locale.

Annotu tocca uno dei nodi centrali della sociolinguistica dell’identità, il rapporto tra lingua e costruzione del sé. Come teorizzato da vari studiosi, la lingua materna non è solo uno strumento comunicativo ma un repertorio di codici attraverso cui le persone si raccontano, si riconoscono e appartengono a una comunità. Parlare di genitorialità, sessualità o corpo nella propria lingua d’origine, produce un racconto diverso rispetto a quello che si farebbe in italiano, più diretto, più incarnato e più carico di memoria condivisa. Il progetto esplicita questo assunto nell’obiettivo di indagare “come l’espressione in lingua materna intervenga nel racconto di temi molto intimi”. Questo è un campo di ricerca ancora poco esplorato per le lingue sarde, e Annotu contribuisce a colmarlo attraverso la storia orale come metodologia qualitativa, raccogliendo dati preziosi sul multilinguismo affettivo dei parlanti sardi contemporanei.

In questo quadro, va considerato anche il fenomeno del code-switching, ossia l’alternanza di codici linguistici all’interno di uno stesso discorso o di una stessa conversazione. I parlanti sardi bilingui, o plurilingui, spesso passano dall’italiano al sardo e viceversa in modo fluido, a seconda dell’interlocutore, del tema trattato o del contesto emotivo. Annotu, scegliendo di raccogliere testimonianze in sardo, produce inevitabilmente un corpus in cui questa alternanza emerge con naturalezza, rivelando quali temi vengono affrontati più facilmente in una lingua piuttosto che nell’altra. La genitorialità, la sessualità e il corpo sembrano essere domini in cui il sardo offre ai parlanti una maggiore libertà espressiva, come se la lingua materna abbassasse le difese e permettesse una narrazione più autentica e meno sorvegliata.

Dal punto di vista della linguistica documentaria, Annotu adotta standard catalografici internazionali e garantisce l’accessibilità gratuita online, con sottotitoli in italiano e inglese. Questa scelta metodologica è coerente con le buone pratiche della language documentation, che considera la conservazione delle testimonianze orali non solo un atto di memoria culturale, ma una risorsa scientifica a lungo termine per linguisti, antropologi e studiosi di genere. L’attenzione alle disabilità visive e uditive, attraverso la declinazione audio e video dei contenuti, amplia ulteriormente il valore inclusivo del progetto, inserendolo nel quadro più ampio dell’accessibilità culturale come diritto.

Non va trascurata, infine, la dimensione del linguaggio di genere come campo specifico di indagine sociolinguistica. I glossari di Annotu non si limitano a tradurre concetti già esistenti in italiano, ma portano alla luce come le lingue sarde costruiscano e nominino la realtà di genere, la sessualità e il corpo in modo spesso autonomo rispetto alla lingua dominante. La presenza di termini per zitella, gay, lesbica o uguaglianza, nelle sei varietà, mostra quanto sia radicata, anche nel sardo, la necessità di nominare le relazioni sociali e affettive in tutta la loro complessità. Allo stesso tempo, il progetto evidenzia le lacune, ci sono concetti per cui le lingue sarde ricorrono al prestito o alla perifrasi, segnalando zone di silenzio che sono esse stesse significative dal punto di vista sociolinguistico.

Annotu è un progetto che lavora su più livelli simultaneamente, preserva lingue minoritarie, raccoglie storie di vita, costruisce un lessico del corpo e del desiderio, e produce conoscenza sociolinguistica. La sua originalità sta nell’intersezione tra tutela linguistica e femminismo, tra ricerca accademica e partecipazione comunitaria, tra oralità e archivio digitale. In un’epoca in cui molte lingue minoritarie perdono parlanti e prestigio, Annotu sceglie di investire proprio nei temi più privati e più vivi, quelli dell’amore, del corpo e della scelta, come territorio privilegiato di resistenza e di memoria.

Bibliografia:

Vincenzo Nicolò Di Caro, capitolo I rapporti tra varietà nel repertorio linguistico: bilinguismo, diglossia e dilalia. In Il bilinguismo italiano-dialetto in Sicilia, Edizioni Ca’ Foscari, 2022

Joshua Fishman, Bilingualism with and without Diglossia; Diglossia with and without Bilingualism, Journal of Social Issues, 23, 29-38, 1967

Condividi il contenuto
Torna in alto